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Giuseppe Tartini

I cimeli tartiniani della Biblioteca del Conservatorio di Trieste

La Biblioteca del Conservatorio di musica “Giuseppe Tartini” di Trieste conserva alcuni oggetti, edizioni e manoscritti riguardanti il compositore piranese. Di tali materiali, alcuni sono noti come «cimeli tartiniani» non solo per la preziosità e per l’antichità, ma anche perché la loro proprietà è fatta risalire allo stesso Tartini: alcuni elementi della montatura di un violino [1-4], due archi [5-6], una custodia di violino [7] di stoffa riportante le iniziali G T, un quadretto [8] che lo ritrae, una parrucca [10], un crocifisso [9]. Ad essi è unita la maschera mortuaria [10] (racchiusa con la parrucca entro una scatola di cartone [11] colorato) e alcuni fascicoli manoscritti e a stampa che non ci è dato stabilire se siano appartenuti a Tartini o se siano stati acquisiti in seguito. Ma come giunsero quegli oggetti nella Biblioteca di un Conservatorio la cui istituzione risale al 1953? Come possiamo attestarne l’autenticità a oltre due secoli dalla morte del compositore?

Fortunatamente, sin dall’inizio del XIX secolo emerse nei proprietari la preoccupazione di attestare che i cimeli discendevano dalla proprietà di Tartini: la conferma dell’autenticità avrebbe da un lato permesso di attribuire un elevato valore ai materiali, dall’altro che essi potessero figurare in importanti esposizioni di musica. Queste esigenze sollecitarono l’esibizione di documenti che di tale autenticità costituissero la prova, e che tuttora si conservano assieme ai cimeli nella Biblioteca del Conservatorio di Trieste. Essi ci permetteranno di riconoscere le strade, non sempre lineari, che i materiali percorsero per giungere sino alla sede attuale.

Il 26 febbraio 1770 Tartini morì. Il violinista Giulio Meneghini (1741-1824) era stato allievo di Tartini e nel 1765 era divenuto il suo successore alla guida degli strumentisti della basilica. Una testimonianza del 1807 attesta che egli possedeva «un celebre violino appartenente ad un tempo al Tartini, e da esso lui maneggiato, del pari che diverse autografe suonate, e la maschera pure originale del medesimo.» (Antonio Neumayr, Illustrazione del Prato della Valle ossia della piazza delle statue di Padova, Padova 1807 https://books.google.it/books?id=gC0TAAAAQAAJ&pg=PR1&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=2#v=onepage&q=suonate&f=false ).

Quasi un secolo più tardi la maschera mortuaria ricomparirà tra i cimeli triestini, donati da un privato cittadino a una delle scuole musicali che precedettero l’istituzione del Conservatorio, e da lì giunti sino a noi: era il 1903, e in seguito alla fondazione del Liceo Musicale “G. Tartini”, Ettore Rampini donò gli oggetti tartiniani che per anni aveva gelosamente custodito. In occasione della donazione, lo stesso Rampini esibì la documentazione che descriveva i passaggi di proprietà che da quella dell’amato discepolo di Tartini si succedettero sino a quell’epoca.

Il documento più eloquente è una dichiarazione [TSA1550020 (originale), 13 (trascrizione in doc e in pdf)] rilasciata a Venezia da Ettore Rampini a un periodista, tale De Luppi, per un articolo [RML0011834 (originale), 14 (trascrizione in doc e in pdf)] apparso sul quotidiano L’Adriatico il 3 settembre 1902. Dal racconto, a tratti avvincente, risulta che la storia di questi cimeli è anche la storia di una serie di situazioni finanziarie disagiate, nella quale i vari possessori cedettero di volta in volta i materiali per trarne un qualche vantaggio economico. Dal documento appare l’intimità e la vicinanza tra Tartini e la famiglia Meneghini, alla quale si dovette l’esecuzione della maschera in cera «per un prezzo esorbitante».

Per definire con maggiore chiarezza gli eventi, li descriviamo cronologicamente:

 - 26 febbraio 1770: Giuseppe Tartini muore, la famiglia Meneghini commissiona l’esecuzione di un calco mortuario in cera del suo volto;

 - 1807: Giulio Meneghini possiede la maschera mortuaria;

 - post 1807 - ante 1824: maschera, parrucca e altri oggetti vengono dati in garanzia da Giulio Meneghini a un tale sig. Carnio, per un debito contratto precedentemente di circa L. 5000;

 - gennaio-aprile 1881: in seguito alla morte del sig. Carnio, la moglie, anziana e mossa probabilmente da necessità economiche, si reca nella bottega del liutaio Carlo Meneguzzi allo scopo di vendere un violino appartenuto a Tartini e la sua custodia con le iniziali G T, opera del liutaio Antonio Bagatella, che, com’è noto, operò in stretta collaborazione con il compositore. Anche lo strumento è contrassegnato «con iniziali segnate al bottone G O T.». Rampini, allora direttore della cereria padovana Giuseppe Taboga, si recava spesso, in quanto appassionato cultore di liuteria, presso il laboratorio di Meneguzzi ed è presente al fatto. Il liutaio acquista il violino e lo fa esaminare da due violinisti, Barbiroli e Cunegotto, che ne attestano l’autenticità. Meneguzzi chiede e ottiene dalla donna di acquistare altri oggetti tartiniani («una testa da morto, degli archi, dei quadri, dei libretti ed altro»), ma di lì a poco, costretto dalla malattia e dalle sopravvenute difficoltà economiche, deve a sua volta vendere a Rampini i materiali;

 - maggio-ottobre 1881: Rampini presta i materiali in occasione dell’Esposizione musicale di Milano del 1881;

 - 1888: i materiali vengono esposti a Bologna in occasione dell’Esposizione Internazionale di Musica;

 - 1896: anche Rampini, che nel frattempo si era trasferito nel proprio paese di San Michele del Quarto (oggi frazione di Quarto d’Altino, provincia di Venezia), non sfugge al destino di una disagevole situazione economica e vende il violino di Antonio Bagatella alla figlia di Antonio Masi di Spresiano, per tramite del prof. Lancerotto e del suo dipendente Antonio Innocente. Decide però di trattenere gli altri materiali;

 - 1902: Rampini deposita i materiali rimanenti (la maschera, «due suoi archetti, una coperta del suo violino, un ponticello e una cordiera col relativo bottone di sostegno, ch’erano sul violino di Tartini, un ritratto a tempera, un manoscritto e un opuscolo a stampa») presso lo studio del prof. Fulici al n. 3062/a di Rio Terà Canal, nel sestiere di Dorsoduro in Venezia;

 - agosto-settembre 1902: Rampini fornisce al sig. De Luppi, periodista del giornale L’Adriatico, una dichiarazione attestante l’autenticità dei cimeli, sorretta dalla testimonianza dell’amico P.A. Meneghini che gli fornisce una dichiarazione per lettera (18 agosto 1902) [TSA1546643 (originale), 15 (trascrizione in doc e in pdf)];

 - 3 settembre 1902: appare in prima pagina del quotidiano L’Adriatico. Giornale del mattino, un articolo [RML0011834 (originale), 14 (trascrizione in doc e in pdf)] sui cimeli depositati a Venezia;

 - c. 1903: Ettore Rampini dona al Liceo Musicale “G. Tartini” fondato in quell’anno e diretto da Filippo Manara la serie di «cimeli e ricordi di Giuseppe Tartini».


Il Liceo Musicale, denominato dal 1908 Conservatorio Musicale “G. Tartini”, venne fuso nel 1932 con il Conservatorio Musicale “G. Verdi” con il nome di Ateneo Musicale Triestino, e solo dal 1953 assunse l’attuale profilo istituzionale di Conservatorio Statale di Musica. All’atto della fondazione del 1903, numerose donazioni concorsero ad arricchire il nuovo istituto: il corpo insegnante donò un busto dello scultore Vittorio Covacich [12] e la Presidenza della Veneranda Arca del Santo di Padova la trascrizione in partitura di quattro concerti [TSA1546484, TSA1546493, TSA1546476, TSA1546458] del compositore piranese, ma certamente il dono più prezioso e significativo fu quello del «sig. Ettore Rampini di S. Michele del Quarto». I «cimeli e ricordi», puntualmente descritti da una Specifica [TSA1546615 (originale), 16 (trascrizione in doc e in pdf)] redatta all’atto della donazione, sono oggi tutti depositati presso la Biblioteca del Conservatorio.